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Nomadismo digitale: che bella novità, ma quanti problemi…

6 Giugno 2022

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Il Decreto Sostegni-ter (Legge 28 marzo 2022 n. 25) ha introdotto nel nostro ordinamento la figura del “nomade digitale” e del “lavoratore da remoto”.

Il nomadismo digitale, così come il remote working, è quel particolare fenomeno sviluppatosi durante la pandemia, che ha generato un nuovo modello organizzativo del lavoro poiché smantella lo svolgimento della prestazione lavorativa dalla postazione fissa in azienda. I nomadi digitali sono essenzialmente quei lavoratori che per lavorare hanno bisogno solo di un pc e di una connessione internet e che, quindi, possono svolgere il lavoro in qualsiasi luogo. 

Premesso che all’interno della UE vige il principio della libera circolazione dei lavoratori, il Decreto sostegni ter con l’art. 6-quinques affronta il fenomeno dal punto di vista dei soggetti extra UE che intendono svolgere la propria prestazione lavorativa in Italia pur in mancanza di qualsiasi collegamento tra l’Italia, da un lato, ed i soggetti e/o l’oggetto del contratto di lavoro, dall’altro. 

Ipotizziamo, ad esempio un soggetto con cittadinanza UK, dipendente da una società con sede in UK, il cui contratto di lavoro è regolato dalla legge inglese, il quale intenda lavorare da remoto dall’Italia per motivi legati a motivazioni personali. Prima della nuova previsione legislativa, sulla base delle previsioni contenute nel decreto flussi (D. Lgs. n. 286/1998), tale soggetto non avrebbe potuto fare ingresso in Italia per motivi di lavoro, considerato che l’ottenimento del relativo visto di ingresso presupponeva che il datore di lavoro avesse sede in Italia, ma avrebbe dovuto ottenere un visto per soggiorni di breve durata (per un periodo massimo di 90 giorni) dichiarando l’ingresso per motivi di turismo. 

Il citato art. 6-quinquies del Decreto sostegni ter – integrando l’art. 27 D. Lgs. n. 286/1998, al primo comma, con l’introduzione della lett. q-bis nonché con il comma 1-sexies – inserisce i nomadi digitali ed i remote workers nell’ambito delle categorie di lavoratori stranieri i quali possono entrare nel nostro Paese al di fuori dei limiti delle quote di ingresso previsti, con una procedura di ingresso per lavoro agevolata che non richiede il nulla osta al lavoro e che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per un periodo non a superiore ad un anno purchè il titolare abbia la disponibilità di un’assicurazione sanitaria a copertura di tutti i rischi nel territorio nazionale e che siano rispettate le disposizioni di carattere fiscale e contributivo vigenti. 

La norma fornisce la definizione di nomadi digitali e di remote workers come cittadini di un Paese terzo che svolgono attività lavorativa mediante l’ausilio di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto, in via autonoma ovvero per un’impresa anche non risiede nel territorio dello stato italiano. La possibilità di ingresso in Italia per motivi di lavoro è, così, possibile a prescindere dalla residenza del datore di lavoro in Italia. 

Sebbene la nuova normativa è destinata a produrre effetti principalmente sui lavoratori extraeuropei in termini di adempimenti burocratici richiesti in sede di ingresso nel Paese, essa fornisce interessanti spunti di riflessione nell’ipotesi in cui il nomade digitale o remote worker sia un lavoratore italiano dipendente da una società italiana che intenda svolgere le proprie mansioni da remoto in un altro Paese.  Prescindendo dalle problematiche legate ai visti di ingresso, il suddetto modello organizzativo ha delle ripercussioni in materia fiscale, contributiva e contrattuale di cui il datore di lavoro deve essere edotto prima di autorizzare un proprio dipendente a svolgere la propria prestazione da remoto in un Paese straniero.

Per quanto attiene al profilo fiscale secondo il modello di convenzione OCSE, in caso di residenza in uno Stato contraente e svolgimento dell’attività lavorativa in altro Stato contraente, vige il principio di territorialità, per cui le remunerazioni percepite come corrispettivo di un’attività dipendente sono imponibili nello Stato in cui l’attività è svolta e dunque il luogo di svolgimento dell’attività è quello in cui il lavoratore fisicamente si trova nel momento in cui presta la propria attività lavorativa. Tuttavia tale regola non si applica laddove (i) il lavoratore soggiorna nell’altro Stato per meno di 180 giorni; (ii) la remunerazione è corrisposta da datore di lavoro non residente nell’altro Stato; (iii) l’onere delle remunerazioni non è sostenuto da una stabile organizzazione o da una base fissa che il datore di lavoro ha nell’altro Stato. 

In ambito previdenziale, ai fini della determinazione della normativa applicabile è necessario distinguere a seconda che la fattispecie coinvolga Paesi appartenenti all’UE, non appartenenti all’UE che abbiano stipulato convenzioni con l’Italia o extra UE che non abbiano stipulato alcuna convenzione. 

In ultima analisi per ciò che concerne la legge applicabile al rapporto di lavoro con elementi di internazionalità, il Regolamento Roma I sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Reg. 593/2008) prevede una disciplina volta a tutelare la parte debole del rapporto, ossia il lavoratore.

L’art. 8 del Regolamento stabilisce che il contratto di lavoro è disciplinato dalla legge scelta dalle parti e, in mancanza di scelta: 
1- dalla legge del paese nel quale (o, in mancanza, a partire dal quale) il lavoratore, in esecuzione del contratto svolge abitualmente il suo lavoro
2- in via alternativa, dalla legge del paese nel quale si trova la sede che ha assunto il lavoratore
3- tuttavia, se dall’insieme delle circostanze, risulta che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un altro paese, si applica la legge di tale diverso Paese.

Con riferimento al n. 3) si ritiene che – ai fini del collegamento più stretto – rilevi la durata della permanenza all’estero e la pregnanza della smaterializzazione del lavoro rispetto alla postazione fissa. Tuttavia imporre al datore di lavoro l’applicazione delle norme imperative di ciascun paese in cui il lavoratore nomade decida di spostarsi risulta un eccessivo aggravio.

 

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