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Ispettorato nazionale del lavoro: Riprende il tentativo obbligatorio di conciliazione

6 Agosto 2021

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L’Ispettorato Nazionale del Lavoro con la recente nota n. 5186 del 16 luglio 2021, ha fornito importanti chiarimenti in merito alla ripresa delle procedure di conciliazione relative ai licenziamenti individuali per motivi economici, previsti dall’art. 7 della legge n. 604/1966. Come è noto, infatti, con la sola eccezione prevista per il settore tessile, a far data dal 1 luglio è terminato il blocco dei recessi per giustificato motivo oggettivo, con la conseguenza che il previsto tentativo obbligatorio di conciliazione può essere riattivato.

Nello specifico la nota richiamata si focalizza sul concetto di giustificato motivo oggettivo in riferimento al quale è obbligatorio effettuare il tentativo di conciliazione.

? Si parla di ristrutturazione di reparti, di soppressione del posto di lavoro, di terziarizzazione e di esternalizzazione delle attività.

Chiaramente queste sono tutte ipotesi che derivano dai principi fissati dall’art. 3, seconda parte, della legge n. 604/1966 e che fanno riferimento alla necessità di dover sopprimere quel posto di lavoro nel quadro dell’organizzazione e del funzionamento dell’impresa e alla impossibilità di un qualsiasi altro collocamento in azienda.

? In aggiunta a queste ipotesi la dottrina e la giurisprudenza hanno ampliato il novero delle possibilità includendo l’inidoneità fisica, l’impossibilità di “repechage” anche all’interno del gruppo d’imprese, il licenziamento di un lavoratore a tempo indeterminato in edilizia dovuto alla chiusura del cantiere o per fine fase lavorativa, i provvedimenti di natura amministrativa che incidono sul rapporto come, ad esempio, il ritiro della patente di guida ad un autista o del porto d’armi ad una guardia giurata. È opportuno precisare che la procedura non si applica al recesso del datore di lavoro dovuto al superamento del periodo di comporto per il quale è invocabile l’art. 2110 c.c., a seguito di quanto affermato dal D.L. n. 76/2013 convertito, con modificazioni, nella legge n. 99/2013.

? Inoltre qualora nell’arco dei 120 giorni dovessero intervenire più di 4 licenziamenti, a fronte di specifiche richieste di attivazione del tentativo obbligatorio, l’impresa è tenuta ad aprire la procedura collettiva di riduzione di personale prevista dalla legge n. 223/1991, non potendo effettuarsi singoli tentativi conciliativi.

Per tutto quante concernente gli aspetti procedurali l’Ispettorato Nazionale del Lavoro richiama la circolare del Ministero n. 3/2021. Nella stessa per quanto riguarda la motivazione posta alla base del licenziamento, si chiarisce che ciò dipende da una libera scelta del datore e questo appare confermato anche dall’orientamento maggioritario della Suprema Corte la quale ha affermato che il recesso per giustificato motivo oggettivo, le cui motivazioni riguardano strettamente l’attività produttiva, non può essere in nessun caso oggetto di giudizio da parte del giudice di merito relativamente agli aspetti economici ed organizzativi.

Inoltre la nota precisa alcuni aspetti fondamentali tra cui l’individuazione dell’articolazione periferica del Ministero del Lavoro interessata e le motivazioni.

Intrapresa la conciliazione le parti possono essere presenti personalmente o per delega e, al contempo, possono farsi assistere da avvocati, consulenti del lavoro e da rappresentanti dell’associazione datoriale o sindacale cui aderiscano o abbiano dato mandato.

? Per quanto riguarda la delega la circolare n. 3/2021 pocanzi richiamata, appoggia una tesi ampia ed in linea con quanto, in passato, la Direzione Generale per l’Attività Ispettiva aveva affermato per le conciliazioni monocratiche: in sostanza, sono assolutamente valide le deleghe sottoscritte dalle parti, unitamente a copia del documento di identità o l’autentica rilasciata dallo stesso avvocato che rappresenta ed assiste il proprio cliente; e sempre il Ministero precisa che l’assenza ingiustificata del lavoratore, con la conseguente redazione del verbale di assenza, abilita il datore di lavoro ad attuare il recesso, intendendosi concluso definitivamente l’iter procedimentale.

L’organo conciliativo ha una funzione attiva. Nella sostanza non deve stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ma deve incentivare la soluzione positiva della controversia facendo proposte economiche e presentando varie soluzioni tra cui ad esempio la trasformazione del rapporto a tempo parziale, il demansionamento piuttosto che il distacco temporaneo in altra azienda.

La risoluzione consensuale del rapporto al termine del tentativo obbligatorio di conciliazione è l’ipotesi apertamente caldeggiata dal Legislatore (art. 7, comma 7, della legge n. 604/1966) il quale, derogando alla disciplina ordinaria, riconosce il diritto alla NASPI.

Il datore di lavoro che risolve consensualmente il rapporto, pur se ciò è intervenuto al termine della procedura conciliativa obbligatoria, è tenuto a pagare il c.d. “ticket licenziamento”.

Per completezza è opportuno precisare in questa sede che la risoluzione consensuale del rapporto potrebbe, in alcuni casi, essere accompagnata anche dalla composizione di altre questioni di natura economica afferenti il rapporto di lavoro, come le differenze retributive, le ferie non godute o il TFR.

La nota ministeriale si preoccupa di soffermarsi anche sugli obblighi di comunicazione di cessazione del rapporto, richiamando la lettera del 12 settembre 2012 secondo la quale “esigenze di certezza in ordine agli esiti della procedura impongono di individuare come dies a quo ai fini della comunicazione in questione quello della risoluzione del rapporto senza tener conto della circostanza secondo la quale la stessa risoluzione produce effetto dal giorno della comunicazione con cui il procedimento è stato avviato, come prevede la nuova normativa introdotta dalla legge n. 92/2012”.  In questi casi, gli effetti retroattivi del licenziamento non incidono sul termine di effettuazione della comunicazione obbligatoria on-line al centro per l’impiego che è di cinque giorni dalla data di effettiva cessazione del rapporto. La sanzione, in caso di inottemperanza, va dai 100 euro ai 500 euro.

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