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Sede protetta “reale” o “virtuale” per la conciliazione giuslavoristica?

19 Giugno 2024

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Nel campo del diritto del lavoro, le conciliazioni sindacali rappresentano uno strumento essenziale per risolvere le controversie tra lavoratori e datori di lavoro, ma recenti sviluppi giurisprudenziali stanno rivedendo le condizioni necessarie per le loro validità.


Gli accordi di conciliazione in “sede protetta” giocano un ruolo fondamentale nel dirimere controversie lavorative e garantire la tutela dei diritti dei lavoratori. Tuttavia, il rispetto delle condizioni previste dalla legge è fondamentale per assicurare la validità di tali accordi. Ma cosa significa “sede protetta”?

Recentemente, un’ordinanza della Corte di Cassazione (ordinanza n. 10165 del 2024) ha rimesso in discussione la validità dei verbali di conciliazione firmati al di fuori delle cosiddette “sedi protette” anche se alla presenza di un conciliatore sindacale. Questa decisione è sicuramente importante perché ha acceso un vivace dibattito giuridico, soprattutto per il suo contrasto con precedenti pronunce della stessa Corte.

Nel caso di specie, un’azienda aveva stipulato con un proprio dipendente un accordo di conciliazione sindacale che prevedeva la rinuncia al preavviso di licenziamento in cambio dell’accettazione, da parte del lavoratore, di una riduzione del salario mensile del 15% per un periodo di tre anni. La conciliazione era avvenuta nei locali aziendali alla presenza di un conciliatore sindacale, il quale aveva informato il lavoratore sugli effetti definitivi e inoppugnabili dell’accordo, come richiesto dall’art. 2113, comma 4 c.c. Le parti si impegnavano inoltre a ratificare successivamente l’accordo nelle modalità previste dagli art. 410 c.p.c. (presso la commissione di conciliazione ITL) e 411 c.p.c. (in sede sindacale).

La validità del verbale di conciliazione veniva contestata giudizialmente e, sorprendentemente, sia in primo grado che in appello i giudici invalidavano l’accordo sostenendo che non fosse stato firmato in una delle sedi protette di cui all’art, 2113 c.c. ovvero sedi giudiziarie, commissioni di conciliazione presso ITL, sedi sindacali o collegi di conciliazione e arbitrato.

l datore di lavoro, ritenendo che i locali aziendali fossero idonei a garantire libero consenso del dipendente, contestava la decisione in Cassazione, sostenendo che il concetto di “sede protetta” dovesse essere interpretato in senso virtuale, come luogo di tutela del lavoratore, piuttosto che in senso fisico-topografico.

La Cassazione, tuttavia, ha rigettato il ricorso, confermando la nullità del verbale di conciliazione per non essere stato sottoscritto in una delle sedi protette di cui all’art. 2113 comma 4 c.c. La Corte ha ribadito che la protezione del lavoratore belle conciliazioni sindacali dipende sia dalla presenza del rappresentante sindacale sia dal luogo fisico in cui avviene la conciliazione. La normativa prevede espressamente che le conciliazioni avvengano in sedi neutre, estranee all’influenza del datore di lavoro, per garantire la libera determinazione del lavoratore.


La Cassazione ha evidenziato che la legge richiede che le conciliazioni avvengano in sedi protette, elencate tassativamente:

  • sedi giudiziarie;
  • commissioni di conciliazione presso l’ITL;
  • sedi sindacali e collegi di conciliazione e arbitrato.

Questo elenco tassativo mira a garantire un ambiente neutro e privo di condizionamenti per il lavoratore.


La Cassazione, con la pronuncia in questione, sancisce una nuova interpretazione letterale e restrittiva del concetto di “sede protetta”, volta sicuramente ad assicurare un più elevato grado di protezione del lavoratore; tuttavia, nella prassi, detto orientamento introduce maggiori complessità in capo ai datori di lavoro che intendono ricorrere allo strumento conciliativo, anche alla luce della sempre maggiore diffusione delle cd. conciliazioni telematiche (tema che, peraltro, non viene minimamente contemplato nel provvedimento trattato).


Infine, non può non rilevarsi come l’ordinanza in questione si discosti integralmente dall’orientamento consolidato della Cassazione, secondo cui rileva, piuttosto che il luogo formale effettivo della stipula, il requisito sostanziale della “effettività dell’assistenza sindacale”.

Con molte probabilità, quindi, questo radicale contrasto giurisprudenziale verrà sollevato di fronte alle Sezioni Unite, le quali avranno l’ultima parola sul tema.

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