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Controlli difensivi: l’ultimo approdo della giurisprudenza

14 Luglio 2021

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Come ormai noto, l’attuale formulazione dell’art. 4 della Legge 300/1970 (Statuto dei Lavoratori), stabilisce che si può legittimamente installare un impianto di videosorveglianza all’interno dei luoghi di lavoro allorquando vi siano esigenze di natura organizzativa e produttiva, per la sicurezza del lavoro o per la tutela del patrimonio aziendale ma solamente previa sottoscrizione di un accordo collettivo con le rappresentanze sindacali ovvero a seguito di autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Ne consegue, quindi, che, allo stato, i controlli a distanza non possono avere come fine l’attività lavorativa in quanto tale.

Nel tempo, tuttavia, è emerso in maniera sempre più lampante l’esigenza di bilanciare il diritto del datore di lavoro a tutelare il patrimonio aziendale con il diritto alla dignità e libertà del lavoratore nell’esercizio della sua prestazione lavorativa. Ed è proprio sulla base di questa esigenza che in giurisprudenza è stata coniata la categoria dei c.d. “controlli difensivi” definiti, appunto come quei “controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore” (Cass. Civ., n. 4746/2002) e che, in quanto tali, risultano esclusi dall’ambito di applicazione del succitato art. 4 L. 300/1970.

È evidente pertanto come i controlli difensivi siano quelli che vengono effettuati dal datore di lavoro al mero fine di verificare la commissione di eventuali illeciti extracontrattuali da parte dei lavoratori e non sono finalizzati al controllo sulla prestazione lavorativa svolta da questi ultimi. Tali controlli, infatti, per essere considerati legittimi “non devono essere finalizzati esclusivamente al diretto e costante controllo sull’attività lavorativa” (Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 2773/2015) ma possono al massimo prevedere un controllo meramente occasionale e non stabile sull’operato dei dipendenti. tutto ciò al fine di evitare che vengano posti in essere controlli invasivi e sproporzionati sull’operato dei lavoratori.

Sul punto, è di recente intervenuta la Suprema Corte che, con ordinanza n. 3255/2021, ha ritenuto legittima l’installazione di un impianto di videosorveglianza, anche in assenza di accordo sindacale o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro purché l’installazione di tale impianto abbia come finalità esclusiva la tutela del patrimonio aziendale e sempre che il suo utilizzo “non implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti o resti necessariamente riservato per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite degli stessi”.

Con la pronuncia sopracitata, la Suprema Corte ha quindi annullato con rinvio la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Viterbo che aveva condannato un imprenditore al pagamento di 200 euro di multa per aver installato delle telecamere in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato. Infatti, ad avviso della 3° Sezione Penale della Cassazione, la condotta del datore di lavoro era legittima “poiché l’attività svolta dallo stesso riguarda i controlli difensivi del patrimonio aziendale”.

In questa occasione, i giudici della Suprema Corte hanno quindi escluso la configurabilità del reato per violazione dell’art. 4 L. 300/1970 ribadendo il principio secondo il quale il datore di lavoro può legittimamente installare, senza vincoli, delle telecamere per controllare i lavoratori ma solo qualora sussista il fondato sospetto di illecito sottolineando che “lo Statuto dei lavoratori non interdice al datore di lavoro la possibilità di effettuare i controlli difensivi del patrimonio aziendale”.

Tale conclusione viene raggiunta a seguito di un’attenta ed approfondita disamina giurisprudenziale a valle della quale la Suprema Corte ha ritenuto che i “limiti ad una interpretazione eccessivamente ampia della previsione di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 4 risultano desumibili sulla base del dato letterale e di considerazioni sistematiche”. Sotto il primo profilo, quindi, la Cassazione ha sottolineato come “il testo della disposizione appena citata, nell’originaria come nella vigente formulazione, prevede la necessità di un preventivo accordo con le organizzazioni sindacali, o di una preventiva autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, quando derivi “anche” la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” con la conseguenza che tale previsione “non sembra riferibile ad impianti che possano controllare in via del tutto occasionale l’attività del singolo dipendente”. Sotto altro profilo, inoltre, gli Ermellini hanno statuito che “appare persuasiva l’osservazione che non risponderebbe ad alcun criterio logico-sistematico garantire al lavoratore – in presenza di condotte illecite sanzionabili penalmente o con il licenziamento una tutela alla sua “persona” maggiore di quella riconosciuta ai terzi estranei all’impresa”.

Da ultimo, la Cassazione ha precisato che tali limiti all’operatività del divieto ex art. 4 L. 300/1970 debbano essere intesi in senso non estensivo poiché con la disposizione in esame il legislatore ha inteso “tutelare le ragioni dell’impresa evitando, però, soluzioni che possano determinare una significativa interferenza sul diritto del lavoratore alla dignità e libertà nell’esercizio delle sue prestazioni sulla base di determinazioni unilaterali del datore di lavoro.

Pertanto, la Cassazione ha annullato la sentenza di primo grado e rinviato al Tribunale per la decisione disponendo che lo stesso accerti se la predisposizione delle telecamere nel caso di specie fosse stato strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale “e, in caso di risposta affermativa, se l’utilizzo dell’impianto avesse comportato un controllo non occasionale sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, oppure dovesse restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite di questi ultimi”.
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