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OBBLIGO VACCINALE PER SANITARI E OBBLIGO DEL DATORE DI LAVORO

15 Aprile 2021

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Il D.L. 1 aprile 2021, n. 44, all’art. 4, ha imposto l’obbligo di vaccinazione per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che operano all’interno di strutture sanitarie, socio sanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali. L’obbligo persisterà fino alla completa attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini e comunque sarà valido fino a non oltre il 31.12.2021.

Ai sensi dell’art. 4  i soggetti obbligati sono “gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario” ovvero, quanto alla  prima categoria, i farmacisti, medici chirurghi, odontoiatri, veterinari, biologi, fisici, chimici, psicologi, nonché gli esercenti le professioni sanitarie infermieristiche, ostetriche, tecnico sanitarie, della riabilitazione e della prevenzione; quanto agli “operatori di interesse sanitario”, si tratta di massofisioterapisti, operatori socio-sanitari, assistenti di studio odontoiatrico.

Sono esclusi dall’obbligo, in quanto non rientranti in dette due categorie, gli esercenti le arti ausiliarie delle professioni sanitarie e degli operatori di interesse sanitario, nonché coloro che svolgono mansioni di tipo diverso quali, ad esempio, quelle di tipo amministrativo o commerciale.

È prevista, ai sensi del comma 2, l’esenzione dall’obbligo in concomitanza di tre requisiti:
? accertato pericolo per la salute;
? specifiche condizioni cliniche documentate;
? attestazione del medico curante.

Ai sensi dell’art art 4, comma 3, entro 5 giorni dalla entrata in vigore del decreto legge, gli Ordini professionali e i datori di lavoro pubblici e privati degli operatori di interesse sanitario dovrebbero aver trasmesso gli elenchi, rispettivamente, degli iscritti e dei dipendenti con tale qualifica alle Regioni o alle Province autonome. Il superamento del predetto termine non è comunque sanzionato. Gli Enti regionali, verificata l’eventuale assenza di vaccino in capo ai professionisti sanitari e agli operatori di interesse sanitario, coinvolgono le ASL competenti, che, a loro volta, avviano l’iter burocratico e amministrativo dedicato alla richiamata dei soggetti non ancora vaccinati. Qualora dovesse persistere l’inosservanza dell’obbligo vaccinale l’ASL, previo ulteriore accertamento, comunica per iscritto all’interessato, al datore di lavoro e all’Ordine professionale di appartenenza tale inadempienza. L’atto di accertamento da parte dell’ASL determina la sospensione dal diritto di svolgere le prestazioni sanitarie o le mansioni lavorative potenzialmente rischiose per la diffusione del virus.

Pertanto, ricevuta la comunicazione da parte degli Enti di competenza, il datore di lavoro deve adibire il lavoratore, se possibile, a mansioni, anche inferiori, non implicanti un rischio da contagio con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitanti. Qualora l’assegnazione a mansioni diverse non dovesse essere possibile i datori sono tenuti a far osservare la sospensione dal servizio dei dipendenti, non essendo in tal caso dovuti retribuzione o altro compenso o emolumento. Gli atti amministrativi di sospensione mantengono efficacia “fino all’assolvimento dell’obbligo vaccinale o, in mancanza, fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021”.

Sia nel caso di mancata vaccinazione dovuta al rifiuto, espresso o tacito, dell’operatore sanitario che di esenzione documentata da condizioni cliniche, è il datore di lavoro ad essere chiamato in causa al fine di garantire comunque la salvaguardia dell’ambiente di lavoro, la protezione dei pazienti, l’operatività dei servizi sanitari. Nel secondo caso, richiamata e fatta salva la disciplina relativa ai c.d. “lavoratori fragili” (art.26, commi 2 e 2-bis D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla Legge n. 27/2020), per il periodo in cui risulta accertato il diritto alla esenzione dall’obbligo vaccinale, il datore di lavoro deve adibire gli interessati a mansioni anche diverse, senza decurtazione della retribuzione. Allo stesso modo, i liberi professionisti con diritto all’esenzione dal vaccino obbligatorio, adottano le misure di prevenzione igienico-sanitarie indicate dallo specifico protocollo di sicurezza che sarà adottato con decreto del Ministro della Salute entro venti giorni dalla data di entrata in vigore del decreto n. 44/21.

Deve comunque osservarsi che, considerata la non perentorietà dei termini, desumibile dall’assenza di conseguenze sanzionatorie espresse per la loro inosservanza e data la mancata previsione di un trattamento sanitario obbligatorio per quegli operatori che rifiutino il vaccino, ma di una serie di conseguenze sul piano lavorativo correlate alla sospensione delle prestazioni o mansioni che implichino contatti interpersonali o rischio di diffusione del contagio, alla luce altresì, del rilascio in capo al datore di lavoro di significativi margini di discrezionalità in ordine ai provvedimenti conseguenti da adottare, che comunque non contemplano nessun provvedimento disciplinare da parte del datore di lavoro né quindi, il licenziamento, più che di un vero e proprio obbligo, sembra corretto parlare di un onere di vaccinazione.

Ciononostante, a causa di una norma timida che non ha inteso assegnare alcun rilievo disciplinare alla sottrazione ingiustificata dall’obbligo dichiarato, si evidenzia uno squilibrio significativo, a danno del datore di lavoro. Infatti, al netto della fattispecie in cui l’esenzione è frutto di un’oggettiva condizione clinica che la impone, nel caso in cui invece, l’obbligo vaccinale sia respinto per scelta, o quando la sottrazione consegua a un comportamento omissivo, il datore di lavoro è oltremodo gravato dell’onere di porvi rimedio soggiacendo altresì al rischio di essere sindacato in merito alle sue determinazioni circa la valutazione dei rischi da contagio, l’assegnazione delle mansioni, l’impossibilità di una alternativa alla sospensione.
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