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MATERNITÀ FLESSIBILE E POSTICIPATA: certificati medici solo al datore di lavoro

10 Agosto 2022

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Il congedo di maternità obbligatorio, o semplicemente la maternità obbligatoria, disciplinato dal   D. Lgs 151/2001 (c.d. Testo Unico sulla maternità e paternità) consiste in un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alle lavoratrici dipendenti e parasubordinate durante la gravidanza e durante il puerperio, per un arco di tempo pari a 5 mesi a cavallo del parto. L’astensione spetta per due mesi precedenti la data presunta del parto e tre successivi alla stessa. Tuttavia, la legge prevede che il periodo di 5 mesi di astensione obbligatoria possa essere fruito anche in periodi diversi. Infatti, è facoltà della lavoratrice avvalersi del congedo di maternità flessibile, che copre il mese precedente la data presunta del parto e i quattro mesi che seguono il parto. Inoltre, dal 2019 è stata riconosciuta alle lavoratrici la possibilità di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso.

La scelta di avvalersi del congedo di maternità flessibile, o di astensione posticipata, appartiene alla lavoratrice, purché, come previsto rispettivamente agli artt. 20, comma 1 e 16, comma 1.1 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 vi sia una specifica autorizzazione da parte del medico del SSN, avallato dal medico competente in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, che certifichi l’assenza di rischi per la gestante e per il nascituro. 

Sul punto, con circolare n.106 del 29 settembre 2022, l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale ha di recente fornito nuove indicazioni circa le modalità di attestazione sanitaria necessaria per la fruizione della flessibilità del congedo di maternità e per astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto. Ed invero, l’INPS ha modificato la regolamentazione riferita alla consegna all’Istituto di tale documentazione, semplificandone, di fatto, la procedura.  

L’intervento dell’Istituto trova origine nella necessità di recepire la sentenza della Corte di Cassazione n. 10180 del 2013, sempre più spesso richiamata nei ricorsi amministrativi e giurisdizionali aventi ad oggetto il congedo di maternità.

Nella menzionata pronuncia della Suprema Corte di Cassazione si legge che: “Se accade […] che il certificato venga presentato oltre il settimo mese e la lavoratrice abbia continuato a lavorare, il datore di lavoro, salve le sue eventuali responsabilità di natura penale, dovrà corrisponderle la retribuzione e quindi l’INPS non corrisponderà la indennità di maternità per l’ottavo mese di gravidanza. Se la certificazione viene nelle more acquisita, la lavoratrice che aveva continuato a lavorare nell’ottavo mese usufruirà dell’astensione fino al quarto mese successivo alla nascita, percependo dall’INPS la relativa indennità. Il periodo complessivo di cinque mesi non è disponibile. La mancata presentazione preventiva delle certificazioni comporta che il lavoro nell’ottavo mese è in violazione del divieto di legge con le conseguenze previste nel testo unico, ma non comporta conseguenze sulla misura della indennità di maternità”.

Ebbene, come precisato dall’Istituto, le nuove indicazioni contenute nella richiamata circolare, hanno come fine ultimo non solo l’intento di contrastare il crescente aumento dei ricorsi amministrativi e giurisdizionali in materia, ma, soprattutto, quello di garantire un’applicazione delle norme maggiormente aderente all’attuale contesto lavorativo sempre più orientato verso forme di flessibilità, nonché di favorire la maggiore tutela delle lavoratrici madri.

Su tali presupposti, l’Ente precisa che per poter beneficiare della maternità flessibile, le lavoratrici dipendenti nel corso del settimo mese di gravidanza, vale a dire prima dell’inizio dell’ottavo mese, devono acquisire le certificazioni sanitarie nelle quali si attesta che la prosecuzione dell’attività lavorativa durante il penultimo mese di gravidanza non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro. Acquisite le predette certificazioni, le lavoratrici devono presentarle al proprio datore di lavoro prima dell’inizio dell’ottavo mese di gravidanza affinché lo stesso possa legittimamente consentire la prosecuzione dell’attività lavorativa nell’ottavo mese, in deroga al generale divieto di adibire le donne al lavoro durante i due mesi prima della data presunta del parto, disposto dall’articolo 16, comma 1, del decreto legislativo n. 151/2001. Ne deriva che, le suddette certificazioni sanitarie non devono più essere prodotte all’INPS, essendo sufficiente dichiarare nella domanda telematica di congedo di maternità di volersi avvalere della flessibilità, indicando il numero dei giorni di flessibilità. Non è altresì più necessario produrre all’INPS la dichiarazione del datore di lavoro relativa alla non obbligatorietà della figura del medico responsabile della sorveglianza sanitaria sul lavoro.

Allo stesso modo, con riguardo alla maternità posticipata, l’Istituto informa che le documentazioni attestanti lo stato di salute della lavoratrice madre non devono più essere prodotte all’INPS, bensì al proprio datore di lavoro prima dell’inizio dell’ottavo mese di gravidanza.

Tutto ciò premesso, l’Ente previdenziale tiene a precisare che il certificato telematico di gravidanza, di cui all’articolo 21 del decreto legislativo n. 151/2001, deve essere in ogni caso trasmesso all’INPS da un medico del SSN, o con esso convenzionato, attraverso lo specifico canale telematico ed, inoltre, che l’Istituto continua a effettuare i consueti controlli sul diritto delle lavoratrici a percepire l’indennità di maternità.

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