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Licenziamento per g.m.o. per ragioni di natura economica

Quali oneri in capo al datore di lavoro?

28 Dicembre 2023

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Con la sentenza n. 31660 del 14 novembre 2023 la Corte di Cassazione si è pronunciata sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo comminato nei confronti di un dipendente per il contenimento dei costi.

La Corte D’Appello, in prima istanza, aveva rigettato l’impugnazione da parte della risorsa. La Suprema Corte ha rilevato innanzitutto che nella lettera ricevuta dal lavoratore veniva comunicato il licenziamento sostenendo che la soppressione del suo ruolo risultava misura necessaria per il ripianamento del deficit di bilancio, nell’ambito di una politica programmatica che doveva tendere a ridurre anche i costi del lavoro ed in applicazione dei criteri di scelta di cui alla L. 223 del 1991. Nella lettera di licenziamento si dava altresì atto del rifiuto del dipendente dell’offerta di un contratto a tempo indeterminato part time (del 30% e del 50% dell’orario full time).

Gli Ermellini si sono in particolar modo espressi sul nesso di causalità tra ragione addotta ed il licenziamento del ricorrente.

La Corte D’Appello si era limitata ad asserire che, accertato il passivo di bilancio, il licenziamento del lavoratore fosse necessariamente connesso alle necessità di conseguire il risparmio di un determinato settore lavorativo. La Suprema Corte, invece, ha ritenuto tale affermazione tautologica ed ingiustificata posto che non si comprendeva da quali elementi di giudizio la Corte D’Appello avesse ricavato che le esigenze di contrazione dei costi dovessero limitarsi ad un determinato settore lavorativo piuttosto che ad un altro, quando, invero, nella lettera di licenziamento lo stesso datore di lavoro aveva precisato che la soppressione avveniva “nell’ambito di una politica programmatica che dovrà tendere a ridurre anche i costi del lavoro”.

Secondo gli Ermellini, pertanto, non era stato correttamente accertato che i costi da ridurre dovessero riguardare la posizione di lavoro rivestita dal ricorrente. Inoltre, sul punto la Corte d’Appello aveva sostenuto di non poter in alcun modo sindacare la ragione addotta “in quanto qualsiasi risparmio di spesa, a prescindere dall’ammontare, sarebbe stato comunque in grado di giustificare il licenziamento e quindi la scelta del lavoratore”. Per questo motivo la Corte D’Appello aveva rigettato le osservazioni del lavoratore concernenti la mancata soppressione di un altro e più costoso posto di lavoro perché ad avviso della Corte si tratterebbe di scelte datoriali insindacabili. Tuttavia, la Cassazione ha sottolineato che, cosi facendo, la sentenza della Corte D’Appello violava le regole in materia di accertamento del necessario collegamento causale tra la ragione oggettiva addotta e la soppressione del posto di lavoro, ma anche quelle sull’effettività della ragione economica “comunque addotta” dal datore di lavoro a fondamento del g.m.o.

Se difatti è stata ipotizzata una generale necessità di procedere ad una politica di contenimento dei costi, diviene necessario approfondire (ed è onere del datore di lavoro indicare) le ragioni per le quali la scelta cade su quel determinato lavoratore, dovendosi prendere in considerazione altre posizioni di lavoro, tanto più se si tratti di ruoli comparabili con quello ricoperto dal licenziato.

Quanto premesso, del resto, appare logico e coerente ai fini del controllo sul g.m.o.

La ragione organizzativa e/o produttiva collegata ad una politica di riduzione dei costi deve essere valutata nella sua concreta esistenza ed entità; ciò è necessario per accertare l’effettività della scelta effettuata a valle con la soppressione dell’unico posto di lavoro, senza che questo trasmodi in indebita interferenza con la discrezionalità delle scelte datoriali.

La pronuncia in commento riveste particolare importanza (anche nell’ottica di una corretta redazione della lettera di licenziamento) in quanto afferma il principio per cui non basta sostenere la necessità di risparmio a giustificazione di un recesso motivato con l’obiettivo di contenere i costi aziendali (in ragione, ad esempio, di un “passivo” di bilancio, come nel caso sottoposto al vaglio dei giudici di legittimità). Stante il principio affermato nella pronuncia in commento, dunque, è di fondamentale importanza indicare in modo specifico nella lettera di licenziamento il nesso tra la necessità di contenere i costi aziendali e la soppressione della posizione prescelta (con riferimento sia alla necessità di conseguire il risparmio in quel determinato settore lavorativo, che alla comparabilità della stessa con altre nel caso di mansioni fungibili -per caratteristiche- con quelle svolte da altri lavoratori, nonché  in relazione alla maggior incidenza – in termini di risparmio – della posizione da sopprimere prescelta rispetto ad altre).

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