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L’ATTEGGIAMENTO DEL DATORE DI LAVORO IN CASO DI CONFLITTO TRA ORGANIZZAZIONI SINDACALI.

14 Dicembre 2022

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In caso di conflitti tra organizzazioni sindacali, il datore di lavoro è tenuto ad adottare e conservare un atteggiamento neutrale in relazione ai comportamenti dei propri dipendenti. Lo afferma la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 2520/2023.

La pronuncia in parola fa riferimento al suicidio di un dipendente, a seguito del quale era stata ritrovata una bozza di e-mail che collegava la drammatica decisione allo stress lavorativo, scatenando un confronto tra un collega, membro di una della Rsu presenti in azienda, e gli altri rappresentanti sindacali che avevano sottoscritto l’accordo di chiusura della procedura di mobilità, a differenza sua.
Questi si erano così rivolti alla dirigenza aziendale, offesi dall’accusa che il suicidio fosse legato o istigato dalla decisione di avviare la mobilità. Il collega veniva così sottoposto a procedimento disciplinare, con la sospensione del servizio e della retribuzione per otto giorni.

La Corte d’Appello di Milano in riforma della sentenza di primo grado annullava la sanzione disciplinare giudicando l’iniziativa  del dipendente afferente alla dialettica sindacale e del diritto di critica e riteneva che i reali destinatari delle espressioni fossero i colleghi sindacalisti. Pertanto la Corte non ravvisava alcun intento lesivo della reputazione della società e qualificava la sanzione disciplinare “illegittima perché il potere disciplinare del datore di lavoro non può esplicarsi in relazione a comportamenti estranei al rapporto di lavoro ed attinenti all’esercizio del diritto alla libertà sindacale, costituzionalmente garantito.”

Avverso la predetta sentenza, la società proponeva ricorso per Cassazione. Tra i motivi dedotti, la Suprema Corte si associava alla corte di merito nel dedurre che la condotta contestata rientrava in una dinamica squisitamente sindacale tra rappresentanti sindacali con diverse valutazioni in merito alla decisione di sottoscrivere o meno un accordo di mobilità.

Gli Ermellini precisavano altresì che detta questione fosse del tutto estranea alla reputazione dell’azienda e tanto più estranea all’esercizio di un suo intervento disciplinare all’interno della dialettica sindacale.

In proposito la Suprema Corte chiosava ribadendo principi già espressi in altre pronunce in materia di repressione di condotte anti-sindacali ma valevoli per analogia anche nella presente fattispecie di sanzione disciplinare collegata ad attività sindacale, intendendosi per conflitto collettivo anche quello tra organizzazione rappresentative degli interessi dei lavoratori e nei confronti del quale il datore di lavoro è tenuto a conservare ad un atteggiamento neutrale. Restano garantiti quegli interventi necessari e improcrastinabili per salvaguardare e proteggere l’incolumità e l’integrità dell’azienda e delle persone.

In conclusione, sebbene il datore di lavoro possa senz’altro e a seconda della singola occasione, schierarsi a favore o contro un’organizzazione sindacale, resta a lui assolutamente precluso l’esercizio del potere disciplinare e gerarchico-direttivo nei confronti del dipendente.

Dedotto quanto sopra, la Suprema Corte rigettava il ricorso presentato.

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