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Demansionamento e prestazione rifiutabile

10 Agosto 2022

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Si parla spesso di demansionamento come di uno dei possibili abusi che il datore di lavoro potrebbe commettere ai danni del dipendente. Ma di cosa si tratta?
Ai sensi dell’art. 2103 cc, il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito oppure a mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte. Di conseguenza, il demansionamento si verifica quando il datore di lavoro adibisce il lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle pattuite all’interno del contratto individuale di lavoro o a quelle corrispondenti alle mansioni da ultimo svolte.

Al fine di tutelare la dignità personale e professionale del lavoratore, il demansionamento è, in linea di massima, vietato dalla legge. Il datore di lavoro, difatti, nell’ambito dei suoi poteri direttivi, può adibire il lavoratore a mansioni inferiori solo nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge, ovvero dall’art. 2103 c.c., nella formulazione recentemente modificata dall’art. 3 D.Lgs. n. 81/2015 (c.d. Jobs Act) e nelle altre ipotesi previste dalla legislazione speciale. Dinanzi ad un demansionamento illegittimo, il lavoratore può difendersi chiedendo il ripristino delle sue originarie mansioni oppure può dimettersi per giusta causa. In entrambe le ipotesi, gli è consentito chiedere anche il risarcimento del danno. Ciò che il lavoratore non può fare è rifiutarsi di svolgere, nell’immediato, la prestazione lavorativa che gli è stata ordinata. Tale rifiuto, di fatto, configura un’insubordinazione. Il dipendente, quindi, è tenuto ad adempiere all’ordine di servizio ma, nel contempo, può agire in tribunale per far valere i propri diritti.

Ma ci sono occasioni in cui il lavoratore può rifiutare di svolgere mansioni inferiori?
La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del licenziamento disciplinare irrogato nei confronti di una lavoratrice, ha avuto modo di esprimersi in materia. Alla dipendente, assunta come cuoca e come tale addetta all’approntamento dei pasti relativi all’utenza, nonché a tutte le attività preesistenti e successive indispensabili a consentire la preparazione e l’assunzione dei cibi, era stato addebitato di essersi rifiutata di portare le colazioni in classe, con comportamento reiterato e recidivo. La Corte d’Appello aveva già ritenuto fondata l’istanza della lavoratrice, alla luce del fatto che la ricorrente si era rifiutata di eseguire mansioni inferiori, ma alla base del licenziamento era stata posta la norma contrattuale volta a punire la condotta del dipendente che si rifiuta di eseguire i compiti ricadenti nell’ambito della propria qualifica.

La Suprema Corte, con ordinanza n. 30543 del 18 ottobre 2022, ha confermato la pronuncia di merito. È stato rilevato, innanzitutto, che il rifiuto del lavoratore di svolgere compiti aventi contenuto inferiore rispetto al suo inquadramento non integra, a priori, un’insubordinazione disciplinarmente sanzionabile. Il giudice di merito, in proposito, è tenuto a compiere una valutazione complessiva dei comportamenti di entrambe le parti. Difatti, ci sono dei casi in cui l’illegittimo comportamento del datore può giustificare il rifiuto del lavoratore di svolgere mansioni inferiori: il rifiuto è legittimo, e non si può quindi parlare di insubordinazione, se rappresenta una reazione del lavoratore connotata da proporzionalità e conformità a buona fede, in base a una valutazione complessiva dei comportamenti di entrambe le parti.

Nel caso di specie affrontato dalla Suprema Corte, il datore di lavoro aveva preteso dalla lavoratrice una mansione inferiore alla qualifica di inquadramento in base a una scelta imprenditoriale non improrogabile né imprevedibile e con oggettivi effetti di aggravamento dell’impegno lavorativo. La condotta della lavoratrice, invece, non poteva essere ricondotta all’insubordinazione in quanto, prima di rifiutare l’esecuzione del compito affidatole, aveva ricercato un confronto con i responsabili aziendali, segnalando che le mansioni richieste non rientravano nella sua qualifica e per trovare una soluzione di tipo organizzativo. Il rifiuto di eseguire le prestazioni, dunque, era valutabile quale proporzionato e conforme a buona fede.

In particolare, poi, gli Ermellini hanno sottolineato che il lavoratore adibito a mansioni inferiori rispetto a quelle del proprio inquadramento può legittimamente rifiutare lo svolgimento della prestazione laddove il ccnl applicato sanzioni unicamente il rifiuto di svolgere compiti che rientrano nella qualifica di appartenenza. Nel momento in cui ricorrano le predette condizioni, il licenziamento disciplinare irrogato dal datore di lavoro per rifiuto del lavoratore di svolgere le nuove dequalificanti mansioni è illegittimo e comporta l’applicazione del rimedio della reintegrazione in servizio e del risarcimento danni nella misura massima delle 12 mensilità prevista dall’articolo 18, comma 4, dello Statuto dei lavoratori.

Sulla base di ciò, la Corte ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare impartito alla dipendente, con contestuale reintegra della stessa e risarcimento del danno commisurato in dodici mensilità.

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