Innovazione e lavoro: in quale direzione ci stiamo muovendo

L'articolo "Da Risorse Umane a Investitori: dove sta andando il lavoro" pubblicato su Il Sole 24 Ore a firma di Maria Cristina Origlia ci offre una visione innovativa sul mondo del lavoro e sui cambiamenti che lo stanno interessando, soprattutto nell'ambito HR. 

L’ondata di dimissioni volontarie, che ha investito gli Usa nel 2021 con numeri così importanti – 4,53 milioni a novembre – da meritarsi l’appellativo di Great Resignation, seguito in misura minore in Europa, pone un interrogativo: ci troviamo di fronte a un riorientamento del mondo del lavoro? Francesco Armillei, ricercatore alla London School of Economics e socio del think tank Tortuga, che per primo ha rilevato il fenomeno in Italia, avverte che dall’analisi del campione rappresentativo delle comunicazioni obbligatorie delle dimissioni che il Ministero del Lavoro ha aggiornato al terzo trimestre 2021, non emerge una risposta cosi chiara. “I dati ridimensionano l’idea di dimissioni trainate da profili qualificati che decidono di ‘cambiare vita’, così come l’idea che il fenomeno interessi prevalentemente i giovani o chi ha un ‘posto fisso’. Occorre invece pensare a spiegazioni più sfaccettate”.

Una di queste ci viene offerta da una recente indagine del Centro Ricerche Aidp, guidato dal professor Umberto Frigelli.
Su un campione di circa 600 aziende, a lasciare volontariamente il lavoro è stata soprattutto la fascia dei 26-35enni, ovvero il 70% del campione, seguita dalla fascia 36-45 anni, collocati nelle mansioni impiegatizie (82%) e residenti nelle regioni del Nord Italia (79%).
Le ragioni principali sono addebitabili alla ripresa del mercato del lavoro (48%), alla ricerca di condizioni economiche più favorevoli in altra azienda (47%), all’aspirazione a un maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa (41%) e alla ricerca di migliori opportunità di carriera (38%).

Che siamo giunti a una svolta, lo registrano a dire il vero numerosi studi, tra cui un corposo Report di Bain & Company, basato su una survey condotta da Dynata su 20mila lavoratori e interviste approfondite con oltre 100 persone di 10 paesi del mondo tra cui il nostro: Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, Cina, India Brasile, Indonesia e Nigeria. Improvvisamente – si legge nel report – le società si sono rese conto di quanto il talento stia diventando la loro risorsa più preziosa, spingendole a ripensare i loro modelli organizzativi. Tanto basta per generare uno spostamento di potere, impercettibile ma irreversibile, dal capitale verso il lavoro.
Secondo questa analisi, nei prossimi dieci anni dobbiamo aspettarci una riformulazione del mercato del lavoro, in funzione di cinque evidenze:
👉 crescono le aspettative rispetto al lavoro;
👉 la definizione di cosa sia un ‘good job’ varierà molto in base a sei archetipi di lavoratori, con set di priorità diverse;
👉 l’automazione sta eliminando i lavori di routine e valorizzando le competenze come il problem solving, il critical thinking, le capacità relazionali; 
👉 il remote e gig working sfidano la coesione delle aziende;
👉 i giovani, soprattutto nei paesi avanzati, è sotto una pressione psicologica sempre più insostenibile.

In conclusione, le aziende vincenti saranno quelle capaci di trasformarsi da talent takers a talent makers. Ovvero, in grado di far crescere talenti, valorizzando tutto il potenziale a disposizione nelle organizzazioni, sovvertendo i classici percorsi di carriera verticale e cercando di sviluppare quel ‘growth mindset’ coniato dalla psicologa Carol Dweck che rende ogni abilità suscettibile di continuo miglioramento.

Il reskilling e la formazione continua del capitale umano sarà un asset strategico imprescindibile, ma con una significativa differenza rispetto al passato: i lavoratori dell’economia della conoscenza saranno sempre più consapevoli di essere degli investitori, non delle risorse. E questa è buona notizia.

Fonte: Il Sole 24 Ore - Articolo di Maria Cristina Origlia