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Presente e futuro dell’Anpal
nelle parole del suo Presidente, Maurizio Del Conte

di Davide Calabresi, Consultant presso "Cattaneo Zanetto & Co."

La riforma del lavoro varata nel 2014, il cd. Jobs Act, ha previsto tra le altre cose l’istituzione dell’ANPAL, con l’obiettivo di coordinare le politiche attive del lavoro. Potrebbe tracciare un bilancio di quanto fino ad ora svolto dall’Agenzia e una previsione sugli obiettivi per il futuro?
L’Anpal è stata costituita in un periodo complesso per il paese, l’agenzia tecnica Italia Lavoro si è trasformata in Anpal Servizi e la proprietà è adesso in capo ad Anpal, sono state definite le prime azioni di politica attiva, in particolare l’assegno di ricollocazione, che hanno valenza nazionale, è stato costruito un sito unico a livello nazionale che dovrà servire per tutti – cittadini e operatori -  per la ricerca di lavoro e per la ricollocazione nel caso ci si trovasse in stato di temporanea disoccupazione. Abbiamo avviato il piano di sostegno alla alternanza scuola-lavoro, mettendo in campo tutor dedicati a facilitare l'incontro tra scuole e imprese. Una misura che consideriamo strategica è la creazione di task-force per le crisi e ristrutturazioni aziendali, che stiamo già sperimentando con successo sul bacino dei lavoratori ex Almaviva e che potrà diventare un modello di intervento replicabile su tutto il territorio. Naturalmente a fianco delle cose che funzionano bene ce ne sono altre che hanno bisogno ancora di tempo per entrare a regime. C'è bisogno di un profondo cambiamento culturale per dare piena attuazione al passaggio dalle politiche passive – per le quali bisogna stare fermi e attendere, una situazione oramai insostenibile – alle politiche attive, dove la persona, con l’aiuto di un operatore professionale, diventa artefice della costruzione della propria futura occupazione, con un ventaglio di strumenti che l’Agenzia mette in campo. Certamente 21 sistemi regionali informatici diversi sul lavoro che non dialogano tra loro non sono una partenza facile, richiedono un’attenta e costante azione di contatto e scambio per prospettare soluzioni che abbiano respiro nazionale.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie, e dei nuovi processi industriali promossi con il Piano Industria 4.0, vanno ad imprimere un impatto sempre maggiore sul mondo del lavoro, contribuendo alla digitalizzazione delle attività lavorative. Quella che è stata definita la quarta rivoluzione industriale comporterà la necessità di nuove abilità e competenze, una modifica dei rapporti di lavoro, delle mansioni e degli inquadramenti, cambiamenti in termini di prestazioni sociali, nonché una nuova distribuzione del reddito. Quali sono le opportunità concrete offerte dalle nuove tecnologie per il mondo del lavoro e quali invece i potenziali rischi a scapito del lavoratore?

Il futuro è già presente, dobbiamo renderci conto che il mercato del lavoro è già cambiato, la legge 150 non intendeva prevedere il futuro, ma fornire strumenti a una realtà economica e produttiva che si è profondamente trasformata dall’inizio del nuovo millennio. L’aumento dell’occupazione negli ultimi due anni è incoraggiante, le tipologie contrattuali quali il contratto a tutele crescenti e il contratto a tempo determinato si integrano assecondando le necessità delle imprese. Il nuovo Statuto del lavoro autonomo fornisce risposte e tutele a un variegato mondo imprenditoriale di piccole imprese e professionisti finora abbandonati ai margini del lavoro tutelato, il fenomeno delle false partite iva è stato fortemente ridimensionato. Le leggi per l’organizzazione del lavoro non intervengono per la distribuzione del reddito, ma per garantire pari opportunità alle lavoratrici e ai lavoratori a prescindere dalle tipologie contrattuali, e i numeri incoraggianti sia per il lavoro autonomo sia per il lavoro dipendente fino a ora confermano la bontà delle decisioni che abbiamo preso. Certo poi per un aumento dell’occupazione robusto abbiamo bisogno che la crescita economica si rafforzi.

Il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive, basata sull’accentramento delle competenze in capo all’ANPAL è senza dubbio uno dei cardini del Jobs Act. La riforma costituzionale sottoposta a referendum lo scorso 4 dicembre, rafforzava il quadro delineato dal Jobs Act in quanto prevedeva una modifica radicale dell’attuale modello di governance delle politiche attive del lavoro, attribuendo allo Stato competenze esclusive in materia. L’esito referendario negativo, tuttavia, ha lasciato l’impianto concorrente tra Stato e Regioni vigente. In che modo ANPAL coordinerà la propria attività sul territorio nazionale? In tale contesto, inoltre, un punto ancora da chiarire resta la ripartizione delle attività già in capo ai Centri per l’impiego. Quali sono le sue previsioni a riguardo?

L’agenzia nazionale da poco costituita, oltre a scontare le difficoltà di tutte le strutture istituzionali e amministrative di nuova costituzione, si è trovata a fare i conti con il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, che ha determinato un momento di confusione sui compiti e sulle funzioni che avrebbe dovuto svolgere la neonata Agenzia. Il destino dei Centri per l’impiego sul territorio investe le azioni e le decisioni future dell’Agenzia, ma la funzione centrale di indirizzo, la definizione dei livelli essenziali di prestazione per tutte le agenzie per il lavoro (pubbliche e private), la sperimentazione di strumenti nazionali quali l’assegno di ricollocazione, la riqualificazione dei servizi per il lavoro, sono politiche e azioni che erano state definite e condivise con tutti gli attori istituzionali, e restano attuali e valide ancora oggi. Il primo obiettivo è dunque continuare - in accordo con le regioni - a definire e ad attuare politiche attive a valere sull’intero territorio nazionale. Certamente siamo tutti chiamati a una maggiore collaborazione inter-istituzionale, determinante soprattutto quando si parla di lavoro, dove le crisi aziendali e territoriali investono sia le amministrazioni centrali sia quelle territoriali.

Nel Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica, la Corte dei Conti ha evidenziato come la pressione fiscale sul lavoro raggiunga in Italia il 49% del reddito, livello che eccede di 10 punti quello registrato mediamente nel resto d’Europa. Il Governo, secondo quanto recentemente dichiarato dagli esponenti politici e tecnici dell’Esecutivo, starebbe pertanto lavorando per prevedere con la manovra d’autunno una riduzione del cuneo fiscale. Secondo lei quali sono le ulteriori misure da introdurre con la prossima Legge di Bilancio al fine di dare un impulso all’occupazione giovanile?

Non è mia competenza entrare nella definizione delle politiche del Governo, certamente è risaputo che la riduzione del cuneo fiscale – tra i più alti dei paesi Ocse – sia uno dei provvedimenti che è allo studio. Vorrei solo ricordare che purtroppo non esistono provvedimenti legislativi che da soli possono incrementare l’occupazione e dunque abbattere la disoccupazione, mi auguro dunque che i provvedimenti siano volti a dare continuità e sostanza alla crescita economica che si sta verificando negli ultimi trimestri. La semplificazione amministrativa e la digitalizzazione dei processi – penso tra gli altri al Sistema unico per il lavoro, il SIUL – possono dare un’importante spinta ai timidi segnali di crescita del Paese. Per i giovani è appena arrivato un rifinanziamento di Garanzia Giovani, ma soprattutto la decontribuzione sta dando buoni risultati; inoltre ANPAL investirà molto sui tutor, figure professionali che lavoreranno nelle scuole per la transizione scuola-lavoro, per avvicinare i giovani alla realtà e alle opportunità del mondo del lavoro. In Italia la distanza tra realtà della formazione e mondo del lavoro è troppo ampia, è arrivato il momento di colmarla, i nostri tutor saranno dei facilitatori che avranno questo specifico compito, senza sovrapporsi ad altre professionalità, e in accordo con il Ministero dell’Istruzione.

Il decreto-legge per il rilancio del Mezzogiorno, attualmente all’esame del Parlamento, prevede che l'ANPAL attivi programmi per la riqualificazione e la ricollocazione di lavoratori coinvolti in situazioni di crisi aziendale o settoriale nelle regioni del Sud. Tali programmi andranno realizzati in raccordo con le regioni medesime, nonché con i fondi interprofessionali per la formazione continua. L’Agenzia ha già individuato delle linee guida sulle quali sviluppare tali programmi?

Il Bonus Occupazione Sud sta avendo un grande successo tra le imprese, a dimostrazione che agevolazioni finanziarie sulla forza lavoro che accompagnino trasformazioni strutturali delle aziende – quali ad esempio quelle succitate di Industria 4.0, ma non solo – possono essere un volano importante. Con le regioni del Sud lavoriamo quotidianamente e con profitto. In Calabria e Puglia la iniziativa "botteghe di mestiere" ha registrato numeri record rispetto al resto del Paese, in Sicilia abbiamo appena avviato una partnership con l'assessorato della formazione professionale per costruire le competenze necessarie ad affiancare gli ingenti investimenti nelle infrastrutture digitali stanziati dalla regione. In Campania stiamo lavorando su diverse misure a sostegno dei giovani. Il Mezzogiorno ha sofferto in misura drammatica gli effetti della crisi economica sulla occupazione, ma adesso ha grandi margini di crescita, che deve essere accompagnata con azioni a sostegno del lavoro di qualità.

Tra le misure di politica attiva previste dal Jobs Act figura l’assegno di ricollocazione per i percettori della NASpI, spendibile al fine di ottenere un servizio di assistenza intensiva nella ricerca di lavoro. La misura, allo stato attuale, è stata introdotta in via sperimentale, interessando un campione di 30 mila soggetti scelti a estrazione dallo stock dei potenziali destinatari individuato dall'Inps. Quali risultati lo strumento ha raggiunto fino ad ora? Qual è la sua previsione in merito ad una stabilizzazione della misura, così da poter rendere permanente questo strumento a sostegno dei disoccupati?

Una verifica puntuale e rendicontabile della sperimentazione sarà fatta alla fine dell’estate, fino a ora è stata molto utile per comprendere le difficoltà e i nodi da sciogliere prima di arrivare ad allargare il bacino dei potenziali beneficiari, decisione che investe non solo le risorse ma la capacità del sistema dei servizi per il lavoro di offrire un servizio adeguato e omogeneo sull’intero territorio nazionale. Tuttavia in questa fase sperimentale la risposta dei disoccupati  è stata debole. C'è ancora molta diffidenza nello scegliere un percorso guidato di attivazione. Ma siamo fiduciosi che la messa a regime della misura su larga scala darà una forte spinta alla diffusione della cultura della riattivazione, per una dinamica occupazionale che sempre di più vedrà la discontinuità dei percorsi professionali come un fattore positivo di crescita della dimensione professionale della persona.