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Intervista a tutto tondo a Cesare Damiano, già Ministro del Lavoro e attuale Presidente della Commissione competente della Camera dei Deputati

di Francesca Dattilo Lawyer, Senior Associate presso “CattaneoZanetto & Co.”


Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, ha rilasciato un'interessante intervista per la nostra rivista "Human News" in cui affronta i temi più delicati e di attualità del sistema lavoro in Italia.


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Le riforme susseguitesi sugli ammortizzatori sociali si sono mosse su due tipologie di interventi, ammortizzatori attivi e passivi. Nell’ambito dei primi si sono tracciati percorsi trasversali a seconda delle tipologie di intervento, facciamo riferimento a Garanzia Giovani e Bandi finanziati dal fondo sociale europeo nonché all’assegno di ricollocamento e per tutti gli strumenti risultano fondamentali gli operatori pubblici e privati. All’interno di questa riforma se vogliamo anche culturale, come vede la futura relazione tra le Agenzie per il lavoro e i Centri per L’Impiego?


Come è noto, per ragioni varie in Italia le politiche attive del lavoro non si sono adeguatamente strutturate. C’è da augurarsi che l’ANPAL possa colmare questa lacuna. Naturalmente non dipende solo da ANPAL, ma da una più complessiva azione di Governo, Regioni, Enti locali, forze sociali. Evitare la trappola dell’assistenzialismo è appunto una battaglia culturale che richiede rigore e perseveranza. Tutti i percorsi (Garanzia Giovani, Bandi del Fondo sociale europeo, assegni di ricollocamento) se ben usati, possono generare occupazione.  Una collaborazione tra Agenzie per il  lavoro e i Centri per l’impiego non può che far bene, fermo restando il ruolo pubblico di coordinamento e programmazione.


- Gli strumenti che negli anni si sono avvicendati per favorire l’inserimento nel mercato del lavoro hanno visto puntare sulle agevolazioni che, a seconda della portata dell’intervento e dei vantaggi consequenziali, si sono dimostrati sempre più o meno efficaci a tale scopo.  L’apprendistato diversamente è sempre stato uno strumento poco attrattivo e la portata numerica registrata negli anni lo dimostra. Oggi è ancora uno strumento di accesso al mercato del lavoro su cui puntare? Se sì perché e soprattutto come?

L’apprendistato è da valorizzare perché realizza una saldatura tra il mondo della formazione e il mondo del lavoro, e il costo dei contributi è molto contenuto. Sono altresì molto fiducioso nel percorso  di alternanza scuola lavoro che ormai coinvolge tutti gli studenti delle scuole superiori. Occorre conoscere il lavoro mentre si studia e continuare a studiare mentre si lavora.


- Il Voucher è stato uno strumento che nel 2015 e nel 2016 ha registrato incrementi di utilizzo tali da diventare strumento attenzionato da tutta la stampa che spesso ha parlato di eccessiva liberalizzazione e di un consequenziale uso distorto. Per rispondere a tali critiche possiamo dire che il Voucher è strumento di intervento e risposta all’emergenza lavoro?

Il voucher è nato nel 2003 con la legge Biagi in relazione alle prestazioni occasionali (non ripetitive) e accessorie (non attinenti alla missione principale dell’azienda). Da Ministro del Lavoro del Governo Prodi (2.006-2.008) emanai il decreto ministeriale per l’utilizzo dei voucher nelle raccolte (vendemmia e altre raccolte di frutta, piccoli lavori domestici, prestazioni sociali e culturali occasionali), riservate a studenti, pensionati, casalinghe. I governi successivi (Berlusconi, Monti, Letta) hanno ampliato a dismisura l’area di utilizzo dei voucher, che nel corso del 2016 hanno superato oltre 133 milioni di tagliandi venduti. In vari settori come il commercio, il turismo,ma anche l’edilizia e l’industria i voucher sostituiscono il lavoro a tempo determinato o stabile. La tracciabilità introdotta recentemente dal Governo è un passo avanti , ma non risolve il problema. Urge intervenire. Ho presentato in Parlamento l’A.C.  3601 per tornare allo spirito della legge Biagi. Non tanto per aggirare il referendum della CGIL, ma per evitare gli abusi e la precarietà, urge intervenire. Quindi non condivido l’affermazione che il voucher è uno strumento di intervento e di risposta all’emergenza lavoro.


- Sino al 2014 le agevolazioni si muovevano tutte su fasce deboli e categorie di disoccupati che in qualche modo dovevano essere favorite all’inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro. Nel 2015 e nel 2016 tali agevolazioni per categoria sono state sostanzialmente soppiantate dalle due leggi di stabilità che hanno favorito il concetto di stabilità, legando le agevolazioni alla forma giuridica contrattuale utilizzata, come l’assunzione a tempo indeterminato per chi non aveva una assunzione a tempo indeterminato nei precedenti sei mesi. Ebbene oggi si ritorna al concetto di categorie con le vecchie normative e la nuova legge di stabilità. Ebbene giovani, donne, ultracinquantenni: le agevolazioni funzionali al loro ricollocamento non rischiano di innescare una lotta tra categorie?

Il sistema delle agevolazioni soffre di aleatorietà: si cambia spesso e gli incentivi durano qualche anno; poi vengono ridotti o scompaiono del tutto. Tale provvisorietà incoraggia comportamenti opportunistici. Si apre un’azienda in un territorio se ci sono incentivi. Se questi vengono meno, si disinveste  e si va altrove. Da tempo dico: il costo del lavoro va ridotto in modo strutturale. La riduzione sia più contenuta e sia permanente e si privilegi la stabilità del lavoro.


- L’art. 18 nel 2012 ha subito le modifiche che portano il nome dell’allora Ministro Fornero per poi subire un intervento con il Jobs Act in cui sostanzialmente non è stato modificato né tantomeno abrogato ma vi è una distinzione di applicazione delle conseguenze di un licenziamento illegittimo a seconda che l’assunzione sia precedente o successiva al 7 marzo 2015. Ebbene il nuovo art. 18 come novellato (cd. tutele crescenti) creando un doppio binario di tutela non risulta socialmente ingiusto? Inoltre l’inserimento di tale doppia tutela, assunzioni pre e dopo il 7 marzo 2015, non rischia di irrigidire mobilità e dinamismo del mercato del lavoro?

Il dualismo del mercato del lavoro è un serio problema, che più volte ho richiamato in Parlamento. Come è noto, ero contrario all’abolizione della reintegra ex art. 18. Già la legge Fornero del 2012 aveva notevolmente indebolito le possibilità di reintegra. La scelta del Governo ha creato lacerazioni sociali senza dare grande impulso all’occupazione.


- La disciplina organica del mercato del lavoro (Dlgs 81/2015) ha sostanzialmente disciplinato la flessibilità all’interno di un unico testo all’interno del quale sono confluite la 368/2001 e la 276/2003 nella parte in cui disciplinava i rapporti di lavoro. Ebbene la novità fondamentale è stata quella relativa all’abrogazione della causale quale requisito funzionale al contingentamento della flessibilità e l’individuazione di soli limiti oggettivi legati alla durata e ai limiti percentuali. Tale intervento è sufficiente a semplificare e rendere più certo il diritto del lavoro? A seconda che lo sia o non lo sia, la riforma dell’art. 18 nel nuovo contesto della flessibilità aiuta rispetto all’esigenza di certezza del diritto oppure viene visto come strumento alternativo alla flessibilità?

Le modifiche al contratto a termine apportate con il d.lgs 81/2015 hanno sicuramente aumentato l’appetibilità dello strumento, in quanto sono state eliminate molte delle incertezze interpretative  e applicative che caratterizzavano la disciplina precedente. A fronte dell’eliminazione della causale, viene introdotto un tetto all’utilizzo del contratto a tempo determinato, nella misura del 20% dei lavoratori a tempo indeterminato alle sue dipendenze. Ci sono più certezze e molta flessibilità. Sono convinto che l’occupazione può crescere solo con una forte ripresa degli investimenti pubblici e privati.


- Non sarebbe stato meglio tipizzare meglio le fattispecie causali di licenziamento piuttosto che intervenire unicamente sulle cause che un licenziamento illegittimo provoca?

La tipizzazione delle fattispecie causali di licenziamento è stata da sempre lasciata (in buona misura) alla giurisprudenza, chiamata a dare “contenuto” alle formule usate dal legislatore( giusta causa, giustificato motivo soggettivo, giustificato motivo oggettivo); ciò in quanto appare assai problematico definire ex ante, in via legislativa, tutte le possibili ragioni di un licenziamento legittimo. Peraltro l’art.18, comma 4 della legge 300/1988 (applicabile ai contratti a tempo indeterminato stipulati prima dell’entrata in vigore del d.lgs 23/2015, relativo al contratto a tutele crescenti) prevede che si applichi la reintegra nel posto di lavoro nel caso che il giudice accerti l’illegittimità del licenziamento “ perché rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi”. La contrattazione collettiva ha già quindi un ruolo importante nel segnare la linea di demarcazione tra sanzione del licenziamento e gli altri tipi di sanzione.


- Oggi l’intera politica Italiana si muove per  attrarre i capitali stranieri e favorire così gli investimenti esteri in uno stato la cui economia ha trovato storicamente la propria maggiore risorsa nell’industria. Ma se gli interventi visti nel passato recente di carattere economico sono stati contingentati, perché chiaramente non sostenibili per la finanza pubblica, a questo punto ci si chiede se è sufficiente intervenire solo sul diritto del lavoro per attrarre l’investitore estero o risulta opportuno individuare degli strumenti di attrattività più strutturali?

Per molto tempo, si è sostenuto che gli investimenti stranieri languivano per mancanza di flessibilità nel mercato del lavoro. Ora la flessibilità c’è in dose abbondante, eppure gli investimenti languono ugualmente. Occorre allora guardare ad altri problemi da risolvere: la giustizia civile lenta, le complicazioni burocratiche, la presenza della criminalità organizzata in tanta parte del Paese, una legislazione spesso straripante e mutevole, incentivi fiscali non strutturali.


- La riforma Fornero aveva novellato la disciplina del licenziamento per giustificato motivo oggettivo introducendo la procedura del preavviso di licenziamento (art. 7 L 604/1966). Tale strumento aveva l’obiettivo di ridurre il contenzioso generato dalle impugnazioni di licenziamento e favorire una soluzione conciliativa. Il Job Act ha abrogato tale procedura   per tutte le assunzioni successive al 7 marzo 2015, tale abrogazione è stata fatta in quanto i dati forniti dal Ministero di Grazia e Giustizia non erano confortanti sull’obiettivo perseguito dalla riforma Fornero dell’art. 7 L. 604/1966? L’abrogazione di tale procedura potrebbe essere stato un errore soprattutto in un’ottica futura di incremento delle tutele per gli assunti dal 7 marzo 2015?

Le ragioni dell’abrogazione della procedura di preavviso (art.7 della legge 604/1966) non sono state esplicitate dal Governo nella relazione illustrativa dello schema  di decreto legislativo (23/2015, art.3,comma3). Considero una scelta sbagliata l’abrogazione della procedura del preavviso di licenziamento, che nei venti giorni previsti poteva permettere ancora di salvare il posto di lavoro.