UNA SEDIA SOLLEVATA IN CIELO

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Dalla gestione di uno spogliatoio a quella di un gruppo:
parla Emiliano Mondonico
- Federica Rogato - Giornalista
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Cravero cade a terra. Nei cuori granata non c’è alcun dubbio: è rigore. Ma l’arbitro fa segno che si può continuare a giocare spegnendo grandi sogni europei. Emiliano Mondonico alza in segno di protesta la sedia che quel giorno all’Olympisch Stadion di Amsterdam era la sua panchina. Era il 13 maggio 1992. Finale di Coppa Uefa tra Ajax e Torino. 
Mondonico non avrebbe mai potuto immaginarlo, ma quel gesto silenzioso, quella sedia sollevata in cielo sarebbe diventato l’emblema di un allenatore combattente e mai domo; ha vinto tanto, il Mondo, sul campo e nella vita. Atalanta, Torino, Napoli e Fiorentina solo per citare alcune piazze che lo hanno visto protagonista in panchina: grande allenatore, grande motivatore dei suoi calciatori, Mondonico conosce bene i segreti di come si gestisce un gruppo.

Mister Mondonico, nello sport come nella vita quanto è importante giocare di squadra, lavorare in team?
Il lavoro di gruppo è determinante: è chiaro che solo con un lavoro di squadra escono fuori i risultati. Mettiamocelo in testa: non esiste il risultato senza il lavoro di gruppo, non esiste il risultato di una squadra se qualcuno pensa di poter agire in maniera individuale per se stessi: solo se tutti quanti si danno da fare, se tutti quanti svolgono il proprio lavoro nella maniera giusta ecco che una squadra e o un team possono ottenere quanto si erano prefissati. Non si lavora individualmente senza guardare a un obiettivo unico, ma l’insieme di tutte queste unità devono lavorare verso la stessa direzione.

Quanto conta in una squadra, in un gruppo, in un team di lavoro avere un leader?
Nella vita di tutti i giorni c’è il datore di lavoro o il manager che, tra virgolette, ti ordina di fare un determinato tipo di lavoro, così come nello sport c’è l’allenatore o il coach. In ciascun gruppo c’è un leader che deve avere la fiducia di tutti, in grado di andare a relazionarsi con il capo, il manager o l’allenatore senza essere messo in soggezione o in difficoltà. Penso sia molto importante la figura del leader in una squadra o in gruppo perché è uno come gli altri, uno del gruppo, appunto, ma che si assume delle precise responsabilità e al quale tutti quanti si affidano. Le parole di un leader sono più determinanti di chiunque altro le proferisca. Il leader agisce nell’interesse di tutti. Così come in una squadra di calcio l’individualità dovrebbe essere messa a servizio del gruppo e rendere il gruppo ancora più forte, il leader sicuramente farà di questo gruppo, di questa squadra un capolavoro ed è importantissimo per l’allenatore come per il datore di lavoro avere un ottimo rapporto con il leader, ma senza che l’uno possa prevaricare l’altro. Parlo di un rapporto alla pari: se tu datore di lavoro o manager vuoi che il gruppo raggiunga i suoi obiettivi devi lasciare che venga guidato dal leader, senza pensare che è un tuo dipendente o sottoposto. Dandogli fiducia sai che agirà per il bene dell’azienda e del gruppo stesso.

Ha allenato, tra gli altri, Gianluca Vialli. Era già un leader?
Non poteva esserlo allora perché era giovanissimo, aveva venti anni quando in squadra con lui c’era gente di 30/35 anni con più esperienza. In quel momento, ecco, non aveva esperienza, non aveva vissuto e accumulato tante storie da potergli permettere di essere un leader. Il leader fa della sua vita passata insegnamento, una base per costruire il futuro. Il giocatore più leader che ho avuto è stato Cesare Prandelli: arrivava da un brutto infortunio, non stava giocando a Bergamo però aveva al suo interno questa vocazione. Prandelli era quello che quando un giocatore come Caniggia si ribellò per una sostituzione lo prese davanti a tutti i ragazzi e gli disse che le sue responsabilità erano uguali a quelle di tutti gli altri. E lui non poteva avere quell’atteggiamento perché metteva in difficoltà il suo compagno che stava subentrando, chiamato a svolgere il suo compito.
Parlando del Toro, invece, Luca Fusi era il leader di quella squadra, eppure quella squadra aveva Scifo, Martin Vazquez, gente di un certo spessore; quasi mai il leader è quello più bravo: è quello che sa prendersi addosso e caricarsi le responsabilità di tutti, mentre spesso e volentieri il più bravo gioca per se stesso e non gli interessa battersi per gli altri. Se tu allenatore non vai d’accordo con il leader rischi seriamente di essere esonerato. Succede anche questo. E succede questo anche nel mondo del lavoro quando il manager non trova empatia con il leader del suo teamwork. Il leader deve vivere la sua vita fatta di gioia e di dolori e deve saper gestire le sue vittorie e le sue sconfitte. I giovani hanno gli occhi e i desideri rivolti ovviamente alle vittorie, ma devono imparare dalle sconfitte e lasciarsi guidare. Nel gioco di squadra non si deve trovare un colpevole: lo sbaglio è del gruppo. Ovviamente se il compito a te affidato non è stato svolto nella giusta maniera balza agli occhi la tua lacuna: ma si deve lavorare sugli errori per non commetterli più. Solo quando ti accorgi che hai sbagliato capisci che è ora di cambiare.

Un uomo come lei conosciuto e riconosciuto in mezza Italia, amato dall’altra mezza, un vero idolo irraggiungibile per molti; un uomo che invece per il paese dove è nato e dove vive è semplicemente Emiliano l’amico della porta accanto e non l’allenatore di calcio. Lei è entrambe le cose. Ma quanto è importante per un professionista che raggiunge un successo incredibile rimanere se stesso?
A venti anni arrivavo in piazza con la mia Alfa Romeo e facevo vibrare le ruote e anche le finestre è chiaro che avevo una testa tutta mia, ma ho avuto la fortuna di trovare la donna della mia vita in quella età. Le mogli sono determinanti: lei mi ha fatto capire cosa era giusto e cosa era sbagliato. Mi ha insegnato a capire anche che le cose sbagliate non sono da buttare via, ma sono poi quelle stesse cose che ti aiutano a individuare e a fare le cose giuste.